giovedì 9 aprile 2015

Manoel visto da...IVANA BARTOLINI

Ommaggio a Manoel de Oliveira


I nostri studenti e alcuni amici di “viadeiportoghesi” hanno commentato la scomparsa del mostro sacro del cinema portoghese.



Vi pela primeira vez um filme do Mestre Realizador Manoel de Oliveira há cerca de 5 anos atrás. Fiquei encantada seja pela história narrada, seja pela sua maneira de realizar o filme.

O título é: Um filme falado. Neste filme o realizador apresenta a falta de equilíbrio num contexto histórico, político e cultural que existe entre o mundo ocidental, entendido como civilização que vai à deriva. e o mundo oriental, entendido como um perigo iminente.

O final é a síntese daquilo que o realizador põe em evidência e acho que chegue aos corações de todos os espectadores.

Manoel de Oliveira deixa uma herança não só a Portugal mas a toda a cinematografia mundial.

 Ivana Bartolini

Manoel visto da...GAIA MARNETTO

Ommaggio a Manoel de Oliveira


I nostri studenti e alcuni amici di “viadeiportoghesi” hanno commentato la scomparsa del mostro sacro del cinema portoghese.



106 anos significa ter nos olhos a história do século XX, ser testemunha ocular duma Europa em rápida mudança, ter uma imensa juventude. É um privilégio raro, mas é ainda mais raro quando acontece a um cineasta: neste caso torna-se um privilégio compartilhado com os espectadores.

Com Manoel de Oliveira falece a última pessoa que viu e viveu a passagem do cinema mudo ao sonoro. Expressou o desejo de fazer filmes até à morte, e assim foi.

Filho do primeiro fabricante de lâmpadas em Portugal, mau estudante num colégio galego de jesuítas, excelente atleta, o jovem Manoel começa a sua vida de cineasta rodando documentários etnográficos relacionados com o quotidiano da gente do mar, sem saber que cedo teria dado uma contributo significativa para a antropologia visual.

Ao salazarismo não oferece o máximo da sua arte, mas, chegado aos 70 anos, começa uma intensa atividade de realizador, confirmando o seu impacto no cinema europeu.

São filmes "simples", com poucos personagens, poucos ambientes, mas cheios de sentimento e de inspiração. O profundo respeito pelo papel do ator o leva a ter muito cuidado na escolha dos cast. Ele prefere encenar o passado, as raízes de Portugal, e não só.

Uma curiosidade: o Manoel di Oliveira foi o último diretor de Marcello Mastroianni no filme Viagem ao Princípio do Mundo (1997).

O último filme, Gebo e a sombra (2012), que teve a participação da Claudia Cardinale, foi apresentado na Bienal de Veneza.

Em 2014 foi premiado com o Leão de Ouro de Carreira, sempre em Veneza.

Portugal chorou o seu maestro com dois dias de luto nacional. O fantástico ancião agradece e fecha a cortina.

Gaia Marnetto

Manoel visto da... MARIA VITTORIA QUERINI

Ommaggio a Manoel de Oliveira


I nostri studenti e alcuni amici di “viadeiportoghesi” hanno commentato la scomparsa del mostro sacro del cinema portoghese.



Molto addolorati per la scomparsa di Manoel de Oliveira. Ho alcuni suoi film in cassetta o DVD a partire dal famoso Porto da minha infância.(...) Hanno scritto "Tutti eravamo convinti che fosse eterno"...in realtà è più che eterno, è immortale.

Maria Vittoria Querini

Manoel visto da... DAVIDE COLELLA

Ommaggio a Manoel de Oliveira


I nostri studenti e alcuni amici di “viadeiportoghesi” hanno commentato la scomparsa del mostro sacro del cinema portoghese.




Manoel de Oliveira ha sancito il nostro primo approccio con il cinema portoghese.
Un impatto per niente facile che abbiamo imparato ad apprezzare con il tempo. Assumendo il suo modo di raccontare storie come uno dei tratti caratteristici della cultura del popolo portoghese. Una perdita importante. Stiamo parlando di un artista che ha attraversato un lungo arco di tempo, imprimendo con le sue opere un segno profondo. A noi ora continuare la riflessione sul patrimonio culturale che ci lascia.

Davide Colella

mercoledì 8 aprile 2015

IN PIEDI, COME GLI ALBERI: MANOEL DE OLIVEIRA

IN http://ytali.com/2015/04/07/in-piedi-come-gli-alberi-manoel-de-oliveira/


FRANCISCO DE ALMEIDA DIAS

Un luminoso pomeriggio d’ottobre a Roma con il Maestro portoghese morto a 106 anni il 2 aprile scorso. Il ricordo del suo interprete.

Quasi novantenne, in quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica, linea verticale in mezzo al palcoscenico e battendo energicamente con il suo bastone sul pavimento, uno dei mostri sacri del teatro portoghese, Palmira Bastos (1875-1967), diceva ad alta voce e con alta emozione: «Morta por dentro, mas de pé, de pé, como as árvores» (morta dentro, ma in piedi, in piedi come gli alberi). Si trattava dell’opera del drammaturgo spagnolo Alejandro Casona, Los árboles mueren de pie (1949), piéce teatrale registrata dalla televisione nazionale, che per questo motivo è rimasta nella storia e nell’immaginario dei portoghesi, nonostante risalga alla lontana metà degli anni ’60.

Nel mio ricordo personale, questa frase mi fa pensare a un altro mostro sacro della cultura europea, il regista portoghese Manoel de Oliveira (1908-2015), uomo talmente straordinario che, credo, nessuno pensasse che sarebbe potuto morire. Me lo ricordo durante la sua ultima visita a Roma, nell’ottobre del 2009, in cui gli fu conferito uno dei tanti premi con cui l’Italia ha saputo dimostrare la sua ammirazione per un’opera tanto straordinaria quanto il suo autore.

La scena si sviluppa in una sala ampia, con una variegata collezione di busti classici in marmo; da una parte, due porte chiuse; dall’altra, una sorta di palchetto, che ricorda quello degli antichi tribuni; in fondo, tre ampie finestre che si aprono su uno scenario favoloso, di rovine archeologiche. Sul palco si trovano alcuni anonimi in piccoli gruppi che si aggirano di qua e di là; al centro due uomini eleganti, in veste ufficiale, circondano quello che è chiaramente il protagonista di questa pièce. Un anziano atletico, una figura omerica: occhi vivi, sorriso sereno, col suo bastone solido, solidamente poggiato per terra. Farà centun anni fra qualche settimana. L’attore principale si chiama Manoel de Oliveira, vivissimo dentro e fuori, in piedi come una quercia immensa, frondosa e nobilissima.

I due uomini intorno a lui sono l’ambasciatore Oliveira Neves e il professore Cunha e Silva, allora consigliere culturale dell’Ambasciata. L’aula è la Sala della Protomoteca, una delle più prestigiose del Campidoglio. (Per dirvi della qualità di questo spettacolo, una delle anonime comparse era niente meno che il divo italiano Alessio Boni, anche lui premiato in quell’occasione).

Ottobre a Roma è placido, luminoso – un luminoso blando, che tocca deliziosamente tutte le cose, offrendo a tutto un tocco dorato e di magia. Il Foro romano entra dalle finestre spalancate, nella temperatura tiepida della serata, con la serenità propria dell’eternità. Eppure lo spettatore si rende conto che qualcosa turba la calma di quell’ambiente aulico. La figura centrale non lo fa capire, ma sono agitati i personaggi che lo circondano, negli sguardi sempre volti alla porta, nei movimenti che automaticamente compiono. Manca qualcosa.

Mancava la figlia del regista, Adelaide Trêpa, che l’aveva accompagnato a Roma e che per qualche strano motivo – il motivo lo conosciamo, ma in teatro, come nella vita, un po’ di mistero lo dobbiamo sempre lasciare nell’aria – si era persa, non arrivava. E il maestro, blandamente, con quella stessa serenità del Foro romano, dice semplicemente: non voglio ricevere il premio prima che ci sia mia figlia.

Succedono molte piccole cose sulla scena, alcune buffe, alcune importanti, che non vi sto a raccontare per non dilungarmi e per non sciupare completamente le vostre aspettative su questo spettacolo. Mi concentro sulla scena centrale, alla quale si è aggiunto un personaggio, il mio, che ascolta il maestro e gli parla delle cose più disparate – dalla presenza storica del Portogallo a Roma a quanto lo diverta la frase di zia Augusta in Vale Abraão (La valle del Peccato): «Le donne non devono leggere libri, perché sono mooolto potenti»…

Passa più di un’ora e la figlia non arriva. In questo frattempo il gruppo è passato dalla veranda sul foro, da tutti i quattro angoli della sala, da una parte all’altra, girando, girando e parlando, un po’ come gli ateniesi all’Accademia – sempre camminando, sempre in piedi. E la figlia non arriva ancora. A un certo punto, vinto da quello stress che inaspettatamente si era creato e dal fatto di stare in piedi da tanto tempo, il mio personaggio osa rivolgere al maestro la domanda: «Ma, Maestro, non si vuole almeno sedere?», al che lui risponde di no, grazie, che sta bene in piedi. L’uomo ultracentenario stava bene in piedi e il poco più che ventenne era stanco! In piedi, in piedi come un albero.

Manoel Cândido Pinto de Oliveira era così. Portoghese di Porto – da cui prende nome il Portogallo – ha aggiunto con il suo, di nome, grandezza al nome del nostro paese. Dei suoi successi tutti sono informati. Volevo solo aggiungere un piccolo aneddoto senza grande importanza, che rivela la grande importanza di questa persona. Rimane per una prossima occasione, forse, le piccole e notevoli storie del rodaggio nel ‘99 di Parola e Utopia, sul gesuita portoghese Vieira, nella Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi a Roma. Ora il nostro sguardo resta su questa immagine di un albero immenso, frondoso, nobilissimo. Eterno come Roma.


Post Scriptum: Alla fine il maestro ha accondisceso e si è seduto. Per pochi minuti perché, come sempre succede in questi casi, a quel punto la figlia è ricomparsa quasi subito. Siamo saliti entrambi sul palco degli oratori, il grande Manoel de Oliveira ha ricevuto il suo premio e io ho fatto da interprete improvvisato tra le due neolatine che amo di più. Indimenticabile.

lunedì 6 aprile 2015

ZAB ART - giovedì 9 aprile, ore 18.00, galleria IPSAR




Giovedì 9 aprile alle ore 18.00, nello spazio espositivo dell’Istituto
Portoghese di Sant’Antonio in Roma (IPSAR), in Via dei Portoghesi 6, alla
presenza del Rettore Mons. A.Borges e di S.E.l’Ambasciatore del
Portogallo presso la Santa Sede A.de Almeida Ribeiro, verrà inaugurata
l’esposizione ZAB ART, Opere dei docenti della Scuola d’Arte e dei Mestieri
Nicola Zabaglia, a cura di Roberto Cumbo e Laura Mocci.

La mostra, nell’obiettivo di portare alla luce la ricchezza del patrimonio di
competenze e professionalità impegnate all’interno dell’istituzione delle
Scuole d’Arte e dei Mestieri, mira a valorizzare personalità la cui attività è
orientata non solo nella preziosa trasmissione delle proprie competenze,
ma anche in direzione di una ricerca individuale, nella certezza che una
maggiore conoscenza di essa possa essere stimolo e motivo di
approfondimento.

L’esposizione rimarrà aperta fino a 26 aprile 2015, dal mercoledì alla
domenica, dalle 17.00 alle 20.00.

giovedì 2 aprile 2015