lunedì 6 agosto 2012

Portugal e o Piemonte: a Casa Real Portuguesa e os Sabóias

Portugal e o Piemonte: a Casa Real Portuguesa e os Sabóias. Nove Séculos de Relações Dinásticas e Destinos Políticos (XII-XX), coordenação de Maria Antónia Lopes e de Blythe Alice Raviola, Coimbra, Imprensa da Universidade de Coimbra, 2012.


Este livro fala-nos de um relacionamento de longuíssima duração: o que se estabeleceu entre Portugal - uma das principais monarquias nacionais do início da idade moderna - e o ducado de Sabóia, pequeno estado transalpino em busca de aprovação internacional. A abordagem é feita através de um olhar simultaneamente minucioso, porque dirigido a casos específicos, e abrangente, estendendo-se do século XII ao século XX. Graças às contribuições de autores de diversas proveniências e de âmbitos disciplinares distintos, emerge um quadro institucional e dinástico policromo, condicionado pelas vicissitudes da política europeia.
São na maioria mulheres, princesas portuguesas ou piemontesas, a servir de peões diplomáticos e familiares na trama das relações seculares entre Portugal e Piemonte: Mafalda de Moriana e Sabóia, primeira rainha de Portugal; Beatriz de Avis, filha de D. Manuel I, que se tornou duquesa de Sabóia; Margarida de Sabóia, a duquesa de Mântua que governou Portugal em nome de Filipe III; Maria Isabel Francisca de Sabóia Nemours, rainha de dois reis no trono português restaurado; e, finalmente, Maria Pia de Sabóia, penúltima rainha de Portugal, exilada com a proclamação da República. Mas são também retratos de duas dinastias, como no caso do projectado casamento entre a infanta Isabel Luísa de Bragança e o futuro Vítor Amadeu II de Sabóia, a consolidar uma aliança distante no espaço, mas fecunda no tempo. Não por acaso, Portugal foi o destino de exílio para dois soberanos de Sabóia, Carlos Alberto, rei da Sardenha, e Humberto II, rei de Itália, o qual, após a proclamação da República italiana em 1946, viveu por longo tempo em Cascais.


Título: Portugal e o Piemonte: a casa real portuguesa e os Sabóias. Nove séculos de relações dinásticas e destinos políticos (XII-XX)
Coordenadores: Maria Antónia Lopes e Blythe Alice Raviola
Língua: Português
ISBN: 978-989-26-0153-3
Editora: Imprensa da Universidade de Coimbra
Edição: 1.ª
Data: Junho 2012
Preço: 16 euros
Dimensões: 230 mm x 160 mm
N.º Páginas: 343

http://www.wook.pt/ficha/portugal-e-o-piemonte-a-casa-real-portuguesa-e-os-saboias/a/id/13642847

Agradecemos a informação à nossa estimada amiga Professora Doutora D. Isabel Drumond Braga.

giovedì 2 agosto 2012

Nadir Afonso em Roma: recensão Cristiano Cirillo

Aqui publicamos a recensão feita por Cristiano Cirillo em Italiani nel Mondo sobre a inauguração da exposição de Nadir Afonso em Roma, no mês passado.
Parabéns, Cristiano!
http://www.italianitalianinelmondo.com/2010/eventi.php?id=751&s=3

Mestre Nadir Afonso com a mulher, Laura, conversando com os Embaixadores de Portugal em Itália
e a directora do Museu Carlo Bilotti.

Arte Portoghese a Roma:
Nadir Afonso.
Recensione di Cristiano Cirillo

Il Portogallo grazie alle sue bellezze naturali, ha da sempre affascinato numerosi letterati, studiosi e artisti. I monumenti architettonici di stile manuelino, le sculture, i tipici azulejos hanno rafforzata la fama di questo paese, e così anche l’arte moderna e contemporanea, ha rotto gli argini, per espandersi al di là della frontiera. Nel tributo all’arte contemporanea da parte del Portogallo si distingue in maniera significativa l’opera di Nadir Afonso. Fino al 30 Settembre 2012, si possono ammirare, presso l’Aranciera museo Carlo Bilotti di Villa Borghese a Roma, le opere di questo artista – architetto, pittore e collezionista d’arte – che ha saputo, con grande maestria, amalgamare pittura e linearità, dando vita ad opere che vanno al di là del limite spazio-temporale.

Il percorso espositivo si suddivide in tre sezioni, nella prima vi sono le opere comprendenti quadri, tele, realizzate nel periodo di maggior estro-artistico: gli anni cinquanta e sessanta. In quegli anni, prevale l’inclinazione verso l’architettura, la fase geometrica e la composizione prospettica. L’artista, utilizzando forti contrasti cromatici, abbandona gli schemi precostituiti e si lascia travolgere da un gusto personale affine all’espressionismo, realizzando, in questo modo, opere che raffigurano città che sembrano fluttuare attraverso linee e forme geometriche.

La seconda sezione è dedicata ai lavori contemporanei dell’artista. Anche qui, la maggior parte delle opere, unite da un unico filo conduttore “le città del mondo” abbandonano la prospettiva reale per adattarsi all’uso di linee, rette, diagonali e cromatismi diversi. L’ultima sezione, invece, presenta la collezione d’arte privata di Nadir Afonso. Qui, opere di amici-artisti di grande spessore, Giorgio de Chirico, Max Jacob, Pablo Picasso e tanti altri, mostrano come il clima barocco delle città abbia fortemente influenzato ed intensificato il pensiero artistico dell’artista portoghese.

La mostra di Nadir Afonso, oltre a presentare un bell’esempio di arte pittorica portoghese in Italia, ha dato la possibilità al numeroso pubblico presente alla sua inaugurazione di assistere ad una rappresentazione musicale tipica del Portogallo: il fado.

La mostra è aperta al pubblico dal Martedì alla Domenica dalle 9 alle 19.

mercoledì 1 agosto 2012

Via dei Portoghesi deseja um Verão feliz...



Os dias de verão vastos como um reino
Cintilantes de areia e maré lisa
Os quartos apuram seu fresco de penumbra
Irmão do lírio e da concha é nosso corpo

Tempo é de repouso e festa
O instante é completo como um fruto
Irmão do universo é nosso corpo

O destino torna-se próximo e legível
Enquanto no terraço fitamos o alto enigma familiar dos astros
Que em sua imóvel mobilidade nos conduzem

Como se em tudo aflorasse eternidade
Justa é a forma do nosso corpo

Sophia de Mello Breyner Andresen
Dual, 1973

martedì 31 luglio 2012

Barbara Abbadessa - um mês em Lisboa

Há algum tempo atrás a nossa aluna Barbara Abbadessa escreveu-nos a contar da sua experiência em Lisboa, como estudante do curso intensivo de Português na Universidade de Lisboa. Com a sua autorização aqui publicamos o relato e desejamos-lhe bom regresso e ótimas férias!


La città l'ho trovata un'altra volta fantastica, se possibile ancora meglio di come me la ricordavo. Sarà che ora ho più consapevolezza delle strade e di tutti, o quasi, i quartieri principali della città, ma non è stato per nulla difficile adattarsi. E' a mio parere una delle città più ospitali ed accoglienti d'Europa.
 
Il corso sta andando bene, penso che sia proprio quello più adatto a me. Sto rivedendo un po' le parti grammaticali, in special modo il tanto temuto futuro del congiuntivo.
 
Il mio professore è Pedro Dinis Correia, è davvero un ottimo professore. Sia per quanto riguarda i compagni di corso (di tutte le nazionalità, il che è ancora meglio visto i nostri a-volte-non-così-tanto-fallimentari-tentativi di parlare portoghese anche tra di noi) sia per il docente, sono stata davvero fortunata!
 
A breve dovrò già tornare in Italia, un mese è volato... Questa è davvero un'esperienza magnifica.
 
BARBARA ABBADESSA

PS: Sentia um pouco a falta da minha 'alcunha' BARBARINHA... Aqui o professor chama-me carinhosamente de Bárbara Guimarães, que acho verdadeiramente engraçado: creio que é uma maneira para me dizer que estou a melhorar...ou, pelo menos, espero que seja assim! (O professor Pedro disse-nos que em alguns casos restritos podemos também dizer “ creio/penso/acho... que seja”, mas sendo que é muito fácil cair em erro com estes pormenores, prefiro não o utilizar ainda).

Stefano Valente traduz Rodrigues Miguéis

Mais uma esplêndida tradução de STEFANO VALENTE publicada no blog IL SOGNO DEL MINOTAURO: http://sognodelminotauro.blogspot.it/2012/07/riso-del-cielo-jose-rodrigues-migueis.html

Parabéns, Stefano!

Riso del cielo — José Rodrigues Migueis


Lungo i marciapiedi di New York, al di sopra delle stazioni e delle gallerie della subway, si aprono grandi sfiatatoi con grate attraverso i quali cade di tutto: il sole e la pioggia, il chiaro di luna e la neve, guanti, occhiali e bottoni, carte, chewing gum, tacchi di scarpe da donna che restano impigliati, e persino soldi. Talvolta, laggiù in fondo, nell’immondizia che si accumula o in pozze d’acqua stagna, brillano monete di nichel e addirittura d’argento. I ragazzi s’inginocchiano col naso incollato alle grate, cercando di arraffare tesori nell’oscurità da cui spira un alito umido e oleoso e l’odore dei freni bruciati. Compiono prodigi d’abilità e tenacia per pescare le monete perdute. Alcuni hanno successo, ma poi si azzuffano in dispute tremende per il possesso e la spartizione del tesoro: non si riesce mai a sapere chi l’ha visto per primo.
Altri, quando la raccolta promette bene, arrivano a rischiare nell’operazione una certa somma: mettono insieme ciò che hanno, ed entrano in due, è quanto basta, nel metrò; una volta là dentro, si arrampicano a mo’ di rettili per gli sfiatatoi, che è una difficile manovra d’acrobazia, per raccogliere quel denaro-di-nessuno, mentre uno o più compagni che stanno a far la guardia li guidano da fuori. Ci sono anche quelli che entrano senza pagare, tra le gambe degli utenti e accucciandosi sotto i tornelli.
Lo spazzino lavorava da molti anni nel metrò, sempre con gli occhi al suolo. Una talpa, un topo delle condutture. Infilzava carte sulla punta di un bastone con una punta all’estremità, e li metteva nel sacco. Spazzava milioni di cicche, per la maggior parte quasi intatte, di fumatori impazienti, grattava dalle piattaforme il chewing gum odioso, puliva i gabinetti, spargeva disinfettanti, aiutava a mettere il grasso sui binari, spolverava le vie d’una polvere bianca e misteriosa, e tutte le volte che il collega con la lanterna sprigionava un fischio stridulo – ecco il treno! – lui si rannicchiava contro la parete nera, dove scorrevano le acque d’infiltrazione, nello stretto passaggio di servizio. Gli era persino già capitato di raccogliere pezzi di cadavere, di gente che si gettava sotto i treni, e di trasportare i corpi esanimi di vecchi che improvvisamente si ricordavano di morire d’infarto, nelle ore di massimo affollamento, gli uni e gli altri sconvolgendo gli orari e provocando la curiosità casuale e momentanea dei passeggeri frettolosi. Sempre con gli occhi fissi al suolo, goffo e taciturno, come chi non spera niente dall’Alto, e infatti non sperava. La sua vita dipendeva tutta dal suolo immondo e viscoso. Nemmeno guardava il livido chiarore che scivolava giù dagli sfiatatoi verso il nerume interno, dove tremolavano lampade elettriche, tra i pilastri innumerevoli di quella foresta sotterranea metallizzata: non gli avevano mai ordinato di pulirli. Erano probabilmente il dominio esclusivo degli operai specializzati, iscritti a un altro sindacato, che lui non conosceva. Forse neanche sapeva che esistessero gli sfiatatoi. Era straniero, immigrato, come tanta altra gente, non aveva scherzato né bighellonato nella voragine avviluppante delle strade della grande città, e viveva perfettamente rassegnato alla sua oscurità. Quel lavoro lo doveva a un collega che era membro di un circolo dove comandavano pezzi grossi, ma lui di politica non capiva niente, e neppure faceva domande. Poiché era nato in Lituania, o forse in Estonia, parlava soltanto a monosillabi, e, sotto la patina unta e nera che l’aria del metrò, col tempo, aveva stampato sul suo viso, questo era diventato incolore, di una razza indistinguibile. Prima di lì aveva lavorato in scavi, una «talpa». Questo lavoro era molto migliore, nonostante fosse sotterraneo. E non doveva parlare l’inglese, che capiva appena.
Ora, all’angolo di una strada, nell’Uptown, c’è una chiesa, quella di San Giovanni Battista e del Santissimo Sacramento; per tutta l’estensione della sua facciata barocca e grigia, gli sfiatatoi del metrò formano una lunga piattaforma d’acciaio merlettato. Lì i matrimoni sono frequenti, perché la parrocchia è chic e la chiesa imponente. Il riso piove a secchiate sugli sposi, all’uscita dalla cerimonia, in un grande spreco d’allegria. Metà di quello sparisce subito attraverso le griglie degli sfiatatoi, il resto rimane sparso sui riquadri di cemento del marciapiede. Dopo i matrimoni, il sacrestano o portiere della chiesa, con la sigaretta all’angolo della bocca, spazza via il riso dentro le grate, per comodità. Probabilmente è irlandese, il riso non gli interessa, né gli interessano i piccioni: i piccioni sono roba da italiani, che, nonostante si professino cattolici, sono una specie di pagani. Quello che si è sparso sul pavimento della strada, là rimane: ci penseranno gli spazzini comunali.
C’è uno sposalizio un giorno sì e l’altro pure, soprattutto nella bella stagione, o la domenica. È uno scialo di riso, non so da dove venga quest’usanza: forse è un’offerta votiva d’abbondanza, o un simbolo del «crescete e moltiplicatevi» (come chicchi di riso). La gente si ferma a guardare, e le viene di domandare: «A quanto sta oggi il riso di prima scelta qui in paese?».
Quella pioggia di chicchi attraversa le grate, scivola giù lungo il piano inclinato dello sfiatatoio, e, se non si attacca al sudiciume appiccicoso o al chewing gum (il quartiere è poco avvezzo a masticar gomme), risalta su dentro il metrò, in uno stretto passaggio interdetto ai passeggeri.
La prima volta che vide quel riso sparso al suolo, e sentì i chicchi a crepitargli sotto gli stivali, lo spazzino non ci fece caso; li scopò via col resto dei rifiuti dentro il sacco cilindrico, quello con l’imboccatura a pinza. Tuttavia, poiché adesso passava di là con più frequenza, notò che la cosa si ripeteva. Il riso pulito e lucido brillava come le perle di mille collane sciolte nell’oscurità della galleria. L’uomo meditò: da dove veniva tanto riso? Incuriosito, alzò gli occhi per la prima volta verso l’Alto, e avvistò la vaga luce da galera che scorreva dalla parete. Ma lo sfiatatoio, capitemi bene, si torceva come una canna fumaria, e la grata, proprio quella, non gli era visibile dall’interno. Era da là, di sicuro, che cadeva il riso, come pure le monete, la polvere, l’acqua della pioggia e tutto il resto. Lo spazzino si raccolse nelle spalle, senza capire. Ignorava i riti e le raffinatezze. Al suo matrimonio non c’era stato riso di nessuna qualità, né crudo, né in budino, né in brodo di gallina.
Finché un giorno, dopo dato un occhio in giro se ci fosse stato qualcuno a spiarlo, si chinò, radunò i chicchi in un mucchietto, e con quelli si riempì una tasca della tuta da lavoro. Arrivato a casa, la moglie incrociò le mani dalla sorpresa: candido, carnaroli, di prima qualità! Giorni dopo, sempre solo solo, spazzò il riso dentro un cartoccio che aveva raccolto da un cestino dei rifiuti della stazione, e lo portò a casa. Poveri, quella dovizia di riso gli riempiva la pancia, a lui, alla signora e ai sei o sette figli. Lei si abituò alla cosa, e a volte gli diceva: «Guarda un po’ se c’è riso oggi, quello che tenevamo in casa c’è finito». Fiduciosa in quell’espediente per campare!
Lo spazzino non si domandò mai da dove piovesse tanto bendidio, soprattutto nella bella stagione, d’estate, e di domenica, al punto che sembrava addirittura una raccolta con scadenza regolare. Lo avvolgeva in un giornale o lo metteva in un cartoccio, e così lo portava alla famiglia. Ignorando che lassù c’era la chiesa di San Giovanni Battista e del Santissimo Sacramento, e, come tale, d’alta classe, non sapeva a cosa far dipendere il fenomeno. Dalla parte della radice, nel metrò, i palazzi, le casine e i templi non si distinguono.
E fu così che quella pioggia benefica, di riso brillato, carnaroli, di prima qualità, finì per dargli la nozione concreta di una Provvidenza. Il riso veniva dal Cielo, come la pioggia, la neve, il sole e i raggi. Dio, lassù nell’Alto, pensava allo spazzino, così povero e taciturno, e gli mandava quella manna per riempire la pancia dei suoi figli. Senza che lui avesse chiesto nulla. Mantenne il segreto – non è buona cosa raccontare i prodigi con i quali la grazia divina ci favorisce. Si rassegnò a essere oggetto della volontà misericordiosa del signore. Ed iniziò a pregarlo con ardore, di notte, cosa che non aveva fatto mai: mentre era disteso accanto a sua moglie. Riso del Cielo…
Il Cielo dello spazzino è la strada che gli altri calpestano.


José Rodrigues Migueis (1901-1980), Arroz do Céu, 1962

(Tradotto da Gente da Terceira Classe, Lisboa, Editorial Estúdios Cor, 1971)

STEFANO VALENTE

Grande sucesso Mangani-Donegà em Lisboa

Os artistas com o proprietário da livraria FABULA URBIS, João Pimentel, no fim do espetáculo.

Grande sucesso, de público e de atuação, no passado sábado em Lisboa: Isabella Mangani cantou, acompanhada à viola por Stefano Donegà, canções de um repertório essencialmente napolitano, brindando os ouvintes com um bis de fado: Amor de Mel, Amor de Fel.

As canções eram intervaladas por introduções, num português perfeito, em que a Mangani explicava um pouco desse longo e rico per-curso, que ia de meados do século XV até aos recentíssimos temas do grupo Acustimantico.

Muitos parabéns a Stefano Donegà e a Isabella Mangani!

venerdì 20 luglio 2012

La Mangani canta a Lisbona con Donegà

Sabato, 28 luglio 2012
liberiria FABULA URBIS
Lisbona




Sábado, 28 Julho ,21h30
RECITAL EX-CURSUS

Isabella Mangani, voz
Stefano Donegà, guitarra

Excurso significa, como a sua matriz etimológica latina excursus, uma excursão, uma divagação do caminho principal.
O hífen no título é um pequeno trocadilho, pois a oportunidade deste concerto nasce mesmo "de um curso" universitário que a cantora está a tirar em Lisboa. Ofereceremos músicas e canções italianas, desde o século XV até hoje, cantadas em italiano e em vários dialectos do sul da Itália.
Isabella Mangani é tradutora e cantora. Começou a fazer as duas coisas em privado, enquanto ainda morava na sua cidade natal, Nápoles. Como alguém dissesse que tinhajeito para ambas, aos 18 anos mudou-se para Forlì, onde frequentou uma prestigiada faculdade de traduçãoe começou a ter aulas de canto.
Em dezasseis anos passou por vários coros (Voyager Gospel Choir, dir. Marco Calcinelli, Coro da Universidade Nova de Lisboa, dir. João Valeriano, Coro de cantos de tradição oral, dir. Lucilla Galeazzi e, actualmente, Dekoro- nb non solo gospel, dir. Bruno Corazza), considerando que cantar em conjunto com outras pessoas é enriquecedor pela alma e pela própria educação musical.
Foi, durante três anos, uma das duas vozes do grupo de música popular Musicimigranti e, no mesmo período, uma das vozes do grupo Fado entre rios, que nasceu de uma ideia do jornalista e professor italiano Carlo Giacobbe e pretendia difundir o fado na Itália.
Desde 2008 que canta em duo com o guitarrista Stefano Donegà e no grupo La 'Ntisa Stesa, quarteto/sexteto cujo repertório varia da música erudita do século XV à música de tradição oral, principalmente italiana mas não só.
Desde 2011 este grupo é residente da peça Il viaggio del brigante (A viagem do brigante), de Antonio Lanera, que continua a apresentar-se em vários teatros italianos.
 
Stefano Donegà, guitarrista e cantor com mais de trinta anos de carreira musical, tendo participado em inúmeras produções com artistas como Ambrogio Sparagna e Lucilla Galeazzi. Violista do grupo La 'Ntisa Stesa, toca também, desde há quatro anos, em duo com a cantora  Isabella Mangani. Interessa-se pela música popular e erudita.