lunedì 14 gennaio 2008

Bertina Lopes: Portugal e Moçambique em Roma



Encontrámos ontem Bertina Lopes na Via dei Portoghesi. Assistia na primeira fila ao belíssimo primeiro concerto do ciclo de sonatas para violino e piano de J. S. Bach (Sonate BWV 1014, 1015, 1016), executadas por Renato Riccardo Bonaccini, ao violino e Giampaolo Di Rosa, ao piano. A virtuosa interpretação dos dois jovens maestros, que se têm exibido por diversas vezas na igreja nacional de Santo António dos Portugueses, mereceu grandes elogios à ilustre pintora luso-moçambicana.

A cara Mamma B, como todos a conhecemos, espalhando simpatia e chocolatinhos pelos inúmeros "figliocci" que cria (só em Itália, assegurou-nos, o número ultrapassa os 1700...), é um marco fundamental da cultura moçambicana e portuguesa em Roma. Grandes como o seu coração e a sua alma, são os seus recursos artísticos, o talento servido pela técnica, generoso abraço que funde as duas nações irmãs e o mundo inteiro.

Sobre ela, escreveu o Ministro per i Beni Culturali, On. Francesco Rutelli:
La cosa che colpisce di più è la sua ricchezza espressiva, assente da ogni banalità: una diversità che testimonia la sua grande padronanza della tecnica. Descrivere la sua arte non è facile e si deve ricorrere all'aggettivo "bertinese", l'unico che può descrivere tanta ricchezza di tecniche e di modi espressivi. Inoltre lei ha anche la forza di rappresentare un paese giovane come il Mozambico.(...) E' una grande artista.

Aqui ficam algumas notas biográficas e o nosso grande abraço para Mamma B.

Artista di fama internazionale, Bertina Lopes è nata a Maputo, in Mozambico, da madre africana e padre portoghese, riunendo così in se, fin dalle origini, quella integrazione tra popoli, culture e continenti che ne caratterizzerà poi la personalità umana ed artistica.A Lisbona, dove completa i suoi studi secondari, frequenta l'Accademia Superiore di Belle Arti, entra in contatto con noti pittori, tra i quali Carlo Botelho, Albertina Manrua, Nuno Sampaio.Nel 1953 torna in Mozambico dove ricopre per nove anni la cattedra di disegno nella scuola Tecnica "General Machado".Nel 1961, per ragioni politiche, sotto le pressanti repressioni del colonialismo salazariano, è costretta ad abbandonare il Mozambico, che riesce a fare grazie anche all'ottenimento di una borsa di studio della Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona.Nel 1963 ottenuta una nuova borsa di studio dalla stessa fondazione, lascia anche il Portogallo e si trasferisce a Roma, dove tuttora abita ed opera. Il suo periodo artisticamente formativo risente indubbiamente dei fermenti pittorici di Picasso, Braque e Matisse, con cui l'artista confronta il progressivo affinarsi del proprio personale e originale stilismo, così come nei successivi contatti romani, con Carlo Levi, Lorenzo Guerrini, Marino Marini, Emilio Greco, Franco Gentilizi e altri.Nel corso di 44 anni di attività artistica Bertina ha realizzato innumerevoli mostre, in prestigiose sedi sia in Italia che all'estero. Il suo importante impegno artistico ed umano le ha valso numerosi riconoscimenti (-punto-), tra i quali il "Grand Prix d'Honoeur" assegnatole nel 1988 dall'Unione Europea dei Critici d'Arte e il Premio Mondiale "Carson", della Rachel Carson Memorial Foundation di New York, conferitole nel 1991. Nel 1993, a Lisbona, è stata nominata "Commendatrice delle Arti" dal Presidente della Repubblica del Portogallo, Mario Soares. Numerosi critici d'arte hanno studiato e analizzato lo sviluppo pittorico della Lopes, fra i quali ricordiamo Carlo G. Argan, Marcello Venturoli, Dario Micacchi, Nello Ponente, Antonello Negri.Dal 1993 è Consigliere culturale dell'Ambasciata del Mozambico in Italia.



Algumas obras:

venerdì 11 gennaio 2008

D’Atri e Manigrasso trazem Dom Sebastião, Goya e Granados ao Instituto Português



Mily Possoz
1943
Figurinos para o bailado “D. Sebastião“ – Companhia de Bailados do Verde Gaio
Lisboa, Museu Nacional do Teatro

Regressando um pouco atrás...

No dia 20 de Dezembro passado, Francesco D’Atri e Roberto Manigrasso, alunos de língua e cultura do Instituto Português de Santo António em Roma, ofereceram aos colegas um belíssimo espectáculo intitulado “Esperando o Natal – intervalo Musical”.

Ao piano, Francesco D’Atri, interpretou com virtuosismo Purcell (Sefauchi’s Farewell Prelude in C) e Granados (Preludio; Añoranza) enquanto a voz recitante de Roberto Manigrasso declamou com grande expressividade o Soneto nº 116 de Shakespeare e a “Lettera di Don Sebastiano de Aviz a Franisco Goya”, do lusitanista Antonio Tabucchi.

A relação entre texto e melodia não foi casual, como nos explicam os Artistas:
«I brani scelti come accompagnamento al testo letterario sono due composizioni per clavicembalo dell’elisabettiano Henry Purcell, che ben valorizzano la malinconica saggezza di Shakespeare.»

A respeito da interpretação de Tabucchi /Granados:
«Con questa lettera cronologicamente incongrua Sebastiano de Aviz (1554-1578) commissionerebbe a Francisco Goya (1746-1828) un quadro iconograficamente incongruo. E’ tratta da “I volatili del Beato Angelico” di Antonio Tabucchi (Sellerio editore, Palermo 1987), una miscellanea epistolare il cui comune denominatore consiste proprio dall’impossibile relazione temporale tra mittente e destinatario.
Tabucchi, che è solito avventurarsi in situazioni irreali cariche di avvincenti connessioni eteronomiche, qui si produce in una struggente commessa del re portoghese al pittore spagnolo, all’indomani della battaglia di Al-Ksar el Kabir in cui lo stesso Don Sebastiano trovò la morte, nel fallito tentativo di ricacciare i Mori.
Anche la parte musicale ha voluto mettere in risalto l’”incongruenza” dell’operazione letteraria, avendo scelto brani del compositore spagnolo Enrique Granados, vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, molto efficaci nell’evidenziare il carattere nostalgico e particolarmente evocativo del testo di Tabucchi.»

Na impossibilidade de revivermos aqui esse agradável e emocionante fim de tarde, aqui deixamos a transcrição da belíssima carta que Dom Sebastião não escreveu nunca ao pintor espanhol...

Lettera di Don Sebastiano de Aviz, re di Portogallo, a Francisco Goya, pittore

In questa mia dimensione di tenebra nella quale il futuro è già qui, ho sentito raccontare che le vostre mani sono insuperabili a dipingere carneficine e capricci. Aragona è la vostra terra, ed essa mi è cara per la sua solitudine, per la geometria delle sue strade e per il silenzioso verde dei suoi cortili nascosti dietro inferriate rotonde. Vi sono cappelle scure con immagini dolenti, reliquie, trecce di capelli in teche di vetro, flaconi di vere lacrime e di vero sangue – e piccole arene dove la fuga dalla bestia è impossibile e dove uomini snelli giocano con agili passi di ballerini. Della nostra penisola la vostra terra ha una virtù quintessenziale, nelle linee, nella fede e nella furia: di esse sceglierò alcune figure del simbolo, che come segno araldico di un paese unico voi siglerete in margine al quadro che vi ordino.
Dunque sulla destra farete il Sacro Cuore di Nostro Signore; ed esso sarà stillante e avvolto di spine come nelle iconografie che i ciechi e gli ambulanti vendono sui sagrati delle nostre chiese. Solo che sarà fedelmente riprodotto secondo l’anatomia dell’uomo, perché per patire in croce Nostro Signore si fece uomo e il suo cuore scoppiò umanamente e fu trafitto in quanto muscolo di carne. Voi lo farete così, muscolare e pulsante, turgido di sangue e di dolore: con il disegno delle vene, le arterie recise e il reticolo minuzioso della membrana che lo avvolge e che sarà aperta come un tendaggio e ripiegata su se stessa come la buccia di un frutto. Nel cuore sarà bene conficcare la lancia che lo trafisse: essa deve avere la lama a forma di uncino, onde produrre uno squarcio dal quale il sangue scorra copioso.
Sull’altro margine del quadro, a media altezza, così che risulterà necessariamente sul limitare dell’orizzonte, dipingerete un piccolo toro. Lo farete accucciato sulle zampe posteriori e con le zampe anteriori gentilmente atteggiate in avanti, come un cane domestico; e le sue corna saranno diaboliche e il suo aspetto malvagio. Nella fisionomia del mostro profonderete l’arte di quei capricci nei quali eccellete, e dunque sul suo muso passerà un ghigno: ma gli occhi saranno ingenui e quasi fanciulleschi. Il tempo sarà brumoso e l’ora quella del crepuscolo. Un’ombra serale, pietosa e molle, starà già calando e velerà la scena. Sul terreno ci saranno cadaveri, moltissimi cadaveri, fitti come le mosche. Voi li farete così, come siete bravo a fare, incongrui e innocenti come sono i morti. E accanto a loro, e fra le loro braccia, dipingerete le viole e le chitarre che essi portarono per compagnia verso la morte.
In mezzo al quadro e bene in alto, fra nuvole e cielo, farete un vascello. Esso non sarà un vascello ritratto secondo il vero, ma qualcosa come un sogno, un’apparizione o una chimera. Perché sarà insieme tutti i vascelli che portarono la mia gente per mari ignoti verso lontane coste e negli abissi infiniti degli oceani; e insieme sarà tutti i sogni che la mia gente sognò affacciata alle scogliere del mio paese proteso sull’acqua; e i mostri che essa creò nell’immaginazione, e le favole, i pesci, gli uccelli abbaglianti, i lutti e i miraggi. E insieme sarà anche i miei sogni che ereditai dai miei avi, e la mia silenziosa follia. Alla polena di questo vascello, che avrà figura umana, darete sembianze che paiano vive e che ricordino lontanamente il mio volto. Su di esse potrà aleggiare un sorriso, ma che sia incerto e vagamente ineffabile, come la nostalgia irrimediabile e sottile di chi sa che tutto è vano e che i venti che gonfiano le vele dei sogni non sono altro che aria, aria, aria.

"Portugal" de Maria Vittoria


Encontrámos ontem, na inauguração de pintura de Stefania Di Filippo, no Instituto Português de Santo António, Maria Vittoria, grande amiga de Portugal.

Há tempos veio a lume um texto seu, datado de há exactamente 10 anos e intitulado justamente "Portugal", em que numa visão muito pessoal e poética, descreve as suas recordações de viagem, desde a primeira que fez na juventude.
O texto é de grande frescura e harmonia, e nas suas muitas referências literárias, geográficas e culturais, revela na autora uma profunda conhecedora da cultura portuguesa.

Aqui apresentamos o texto no seu original italiano, publicada anteriormente em http://www.ipsar.org/.


PORTUGAL (1998)

Siediti al sole. Abdica
e sii re di te stesso.
F. Pessoa

Il ricordo


Il ricordo più antico che ho del Portogallo è il giallo luminoso delle ginestre[1] che una volta costeggiavano un tratto di strada nei pressi della frontiera di Badajoz. E poi si sa, la ginestra è simbolo di rimembranze.
Vidi per la prima volta il Tejo dal ponte 25 Abril, che allora si chiamava Salazar. Nessuno avrebbe potuto dirmi, a quel tempo, che il destino mi avrebbe concesso di attraversare il ponte infinite volte, tutte le volte che un’incrollabile voglia di conoscere questa terra avrebbe reso “viaggio” un’escursione, una gita, un breve tragitto e non soltanto un percorso che unisce due confini.
I ricordi di quel primo viaggio sono vivi e presenti, ancora oggi che l’immagine del Portogallo si è fatta adulta. Sono tornata dopo molti anni e per molte volte. L'incontro con Lisbona è sempre stato dall'alto: il grande ponte, la statua di Cristo-Rei che “spalanca ai gabbiani e agli aerei la misericordia di cemento delle sue braccia”[2], la torre di Belém, i tetti rossi, le case bianche, la cupola di Estrela, l'enorme macchia verde di Monsanto li vedo ormai con gli occhi della memoria, non c'è più bisogno che guardi. Ma lo stupore di allora è rimasto intatto, il senso di un'infinita scoperta che cambia il modo di viaggiare. Saramago dice che il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono.
Lisbona è città che non si dimentica ma non si può raccontare, come saudade è parola che non si può tradurre. Nessuno dovrebbe mai chiedere che cosa ci sia da vedere in una città come questa. Basterebbe percorrere in un giorno di sole (e in Portogallo ce ne sono tanti) la rua de Ouro, la rua do Carmo fino al largo do Chiado, il reticolo di stradine in Alfama e basterebbe salire sull'electrico n. 28, tragitto Estrela-Graça, per avere già una prima risposta.
Le pietre di Terreiro do Paço ricoprono passi che non si sono perduti, neppure dopo che terremoto e maremoto, insieme, spazzarono via nel 1755 l'architettura ariosa di questa piazza, “la più nobile d’Europa”. L’ombra di un giardino vicino alla Sé Catedral invita ad una sosta prima di raggiungere, poco più in alto, il Miradouro di Santa Luzia. Proprio in questo belvedere (mai parola fu più calzante) sopravvive uno splendido azulejo del Terreiro, così com'era prima che venisse distrutto. Il fiume che si vede da qui è già premessa di mare, Mar de Palha per via del colore. La luce è intensa e l’oceano “si sente” vicino.
Mi trovavo in Portogallo, dalle parti di Tomar, quando la notte tra il 24 e 25 agosto del 1988 scoppiò l'incendio che distrusse una parte della Baixa Pombalina di Lisbona. C'ero stata il giorno prima a passeggiare, tornai dopo alcuni giorni dall'incendio. Le macerie ancora sprigionavano fumo e con il fumo salivano al cielo i frammenti inceneriti delle stoffe preziose, dei ricami vetusti, degli spartiti gloriosi di Valentim de Carvalho, dei sigari della Casa Havanesa, insieme con il sospiro speziato della rua do Alecrim. Dall'alto dell'elevador de Santa Justa, un balcone provvidenziale salvato al disastro, guardavo giù in una strada smarrita. I delicati palazzi del settecento erano gabbie vuote, perfino i muri - i pochi rimasti in piedi - erano deformati per lo sforzo, quello estremo, di resistere alle fiamme che avevano dilatato di secoli lo spazio di un giorno. Era un commiato definitivo anche per me, che potevo pronunciare mentalmente quell'unica parola, Adeus, apparsa a grandi lettere su un giornale di Lisbona[3].


Pessoa



Un giorno, mentre stavo per entrare al teatro São Carlos, guardando per caso verso il palazzo di fronte che chiude la piazza proprio come una quinta di teatro, mi fulminò qualcosa di familiare, una sagoma nota. Riconobbi all'istante la casa natale di Fernando Pessoa: perché, prima che l’inquietudine del poeta, mi ha sempre colpito l’infanzia dell’uomo. I primi anni in Sud Africa, la morte precoce dei fratelli e del padre, la pazzia della nonna Dionísia, quel trasbordare di casa in casa, tutto confluiva per me in un affresco di famiglia dal destino severo ma che, proprio per questo, ha guadagnato il mio affetto. I caffè che Pessoa frequentava a Lisbona ci sono ancora, certo un po’ trasformati. Passai un pomeriggio intero al Martinho da Arcada bevendo un caffè dopo l’altro. Ma il vecchio locale con le pareti di legno, gli specchi e i tavoli di marmo non trasmetteva nulla, non aveva più incanto. Forse perché, lì fuori, le Ophélie Queiroz[4] passavano veloci in minigonna e stivali da guerra. E nell'Arcada, con gli ultimi raggi di sole, entrò solo un sospiro di vento salmastro.
Il primo studioso straniero di Pessoa, il francese Pierre Hourcade, conobbe il poeta proprio al Martinho da Arcada nel 1930 e così lo ricorda: «…Lo credevo piccolo, malinconico e scuro, soggetto al funesto fascino della saudade con cui si intossica tutta la sua razza, e d’improvviso mi imbatto nel più vivo degli sguardi, in un sorriso sicuro e malizioso, in un volto che trabocca da una vita segreta». E racconta come si sentisse affascinato dinanzi a lui: «Da quell’uomo malaticcio, i cui occhi erano protetti da spesse lenti, irradiava un incanto indefinibile fatto di estrema cortesia, di perfetta semplicità, di buonumore – sì, anche di buonumore, in quell’uomo disperato e torturato come nessun altro – e di una sorta di intensità febbrile che ardeva sotto la facciata apparente delle buone maniere»[5].
E proprio gli occhiali, oggetto negletto ma indispensabile per guardare la vita, o per vivere visivamente la propria morte, furono l’ultima angosciosa richiesta di Pessoa prima di morire: “Dammi i miei occhiali”. Quasi come avvenne per Goethe, che spegnendosi chiedeva “Più luce…”.
Oggi Fernando António Nogueira Pessoa, dopo aver concesso per anni le sue spoglie al Prazeres (nome insolito per un cimitero), trova finalmente pace e risposte nella quiete del Mosteiro dos Jerónimos, sotto l'arco di un tempio. Come Corradino di Svevia[6].


Il mare e la terra




Ma Lisbona non è il Portogallo. Poco più a nord di Lisbona c'è uno sperone di roccia (Cabo da Roca) che segna l'estremo occidente d'Europa. Qui “la terra si congeda” come dice giustamente Saramago e, prima di lui, Camôes. Capitai lì, con propositi celebrativi, un primo dell'anno, con il cappello in mano come suol dirsi, ad esigere la mia ricompensa di stupore. Di fronte a queste grandiose solitudini di mare - succede anche a Cabo Espichel, a Cabo Sâo Vicente, soprattutto a Sagres - prendono forma le ombre dei primi navigatori portoghesi, in fila composta, senza sorpassi, dietro l'Infante D. Henrique come nel Padrâo di Lisbona. Ma qui non ci sono più caravelle, solo qualche petroliera all'orizzonte e gli uccelli a nidificare nel vento.
Per chi ama i crostacei c’è sempre Ericeira, incastonata su uno sperone di roccia con l’oceano che spumeggia sotto i suoi balconi. A Ericeira c'era una casetta...e sicuramente c'è ancora, se il mare e le intemperie sono stati magnanimi. Una casa bianca, abbandonata, con finestre a misura di bambola. Una parte del muro di cinta nasconde un piccolo quintal, e lì dietro è facile immaginare un grappolo d'uva dorata, un rametto di rosmarino, un Sâo José de azulejo, come recita una canzone assai popolare. Sotto una finestra c'è una lapide a ricordo di una breve sosta che qui si concesse la regina D. Amelia prima di imbarcarsi per l'esilio, il 5 ottobre del 1910. Tempo fa questa casa era in vendita, ma al numero di telefono indicato su un cartello non rispose mai nessuno. Un esilio anche questo?
Per presentare l’Alentejo, le parole di José Saramago, che qui è nato, sono le migliori: «E' una terra tanto grande, a voler fare confronti, piena soprattutto di cocuzzoli, con un po' d'acqua torrentizia, ché quella del cielo può essere che manchi come avanzi, e verso il basso si stempera in pianura, levigata come la palma di una mano, anche se molte di esse, per destino, tendono col tempo a chiudersi, adattandosi all'impugnatura della zappa e della falce e del rastrello… Quanto paesaggio. Un uomo vi può girovagare tutta una vita e non trovarsi mai, se è nato smarrito»[7].
Ed io vi entrai per la prima volta in uno di quei giorni freddi nei quali ci si difende con alimenti vigorosi, come caldo e broa e vino rosso. Uno dei piatti alentejani è il maiale con le vongole, un insolito connubio, ma sarà perché, pur dalla terra, non ci si dimentichi del mare. Una consuetudine di oltre dieci anni mi ha fatto conoscere quasi tutte le città dell'Alentejo, da Beja a Évora (Ebora Cerealis, tanto per essere chiari) visitata più volte, ad Alter do Châo, a Portalegre, ad Estremoz. Da dolci vallate ogni tanto si staglia una collina coperta di case bianche, come un'altana da cui spingere lontano lo sguardo. Una di queste è Monsaraz, altana tra le più belle, monumento e sintesi del talento architettonico degli alentejani.
Le città di Porto, Coimbra, Aveiro, Valença do Minho, Viana do Castelo, tutta la costa da Sines a Cabo Sâo Vicente, un po’ di Algarve (quello meno celebrato), meriterebbero una narrazione a parte, ma questa non è una guida, è solo volontà di fissare le immagini prima che si dissolvano col passare degli anni, o prima che le città e i luoghi cambino, per destino appunto.
Posso dire di conoscere il Portogallo meglio di altri paesi. Posso dire di conoscere anche città che non vidi. Come Mértola, che una fittissima nebbia di gennaio sottrasse alla mia vista quasi per un dispetto improvviso, e pensare che la monaca Mariana Alcoforado[8], che guardava molto al di là della propria cella, riusciva a vederla dal convento di Beja. Come Sortelha, rivestita di pietra granitica ma così tenera e accogliente che si dovrebbe provvedere alla sua perenne conservazione. Come Amarante, dal nome che evoca un tramonto, inserita lassù nel cuore verde del Portogallo. Come le città e i villaggi del Minho e del Douro “tra i cui vigneti l'Europa si è smarrita…”[9], così scrisse qualcuno che aveva capito.
E’ vero, il viaggio non finisce mai. Percorro le vecchie strade sempre in attesa di nuovi improvvisi incanti, mentre gocce di saudade mi colpiscono a tradimento. Allora mi chiedo perché sia stato un medico alsaziano, e non un portoghese, ad inventare tre secoli fa la parola “nostalgia”.




 




[1] La ginestra è il titolo di una delle più celebri poesie di Giacomo Leopardi, quasi la summa della sua concezione letteraria, nella quale confluiscono inevitabilmente reminiscenze di vita.[2] “La statua di Cristo-Rei che spalanca ai gabbiani…” frase tratta dal libro “Naus” di Antonio Lobo Antunes.[3] Il giornale portoghese che riporta la cronaca del disastro dell’incendio della Baixa è O Independente del 26-08-1988.[4] Ophélia Queiroz era la fidanzata di Pessoa. La sua immagine più nota è una foto d’epoca che la ritrae con un soprabito lungo fino quasi alle caviglie, dal quale spuntano un paio di “commoventi” scarpette con enorme fiocco.[5] CRESPO A., La vita plurale di Fernando Pessoa, Ed. A. Pellicani 1997, p. 287[6] Corradino di Svevia. Episodio citato nella poesia di A. Aleardi (1812-1878) “Il Monte Circello” in cui la triste vicenda di Corradino di Svevia - decapitato a Napoli nel 1268 per ordine di Carlo I d’Angiò - si conclude con la celebre frase: “Era biondo, era bianco, era beato, sotto l’arco di un tempio era sepolto”.[7] SARAMAGO J., Una terra chiamata Alentejo, (Levantado do châo), Ed.Bompiani 1992, p. 10[8] La monaca Mariana Alcoforado. Le vicende della monaca portoghese, abbandonata da un cavaliere francese, apparvero in un testo del 1669 “Lettres portugaises”, sul cui autore ancora si discute. Le cinque lettere scritte dal convento di Beja sono state ritenute tra le pagine più belle della letteratura d’amore.[9] Tra i cui vigneti l’Europa si è smarrita… da un articolo di Sandro Viola, noto giornalista di Repubblica, scritto nell’ambito di un réportage sul Portogallo nel 1987.

martedì 8 gennaio 2008

Nascimento de Roma (avenida) em Lisboa (cidade)


Vendo as fotografias que publicámos da Avenida de Roma na actualidade, um leitor e amigo enviou-nos as seguintes informações, com estas fotografias interessantíssimas sobre o abertura desta importante estrada e os primeiros edifícios que lhe deram forma. Aqui ficam com um agradecimento ao Dr. João Filipe Prata.
AVENIDA DE ROMA

Freguesias
- Alvalade
- Campo Grande
- São João de Brito
- São João de Deus

Início do Arruamento em:
Praça de Londres
Fim do Arruamento em:
Avenida do Brasil
Data de Deliberação Camarária:
11/12/1930
Data de Edital:
27/12/1930

Designações Anteriores:
Avenida Nº 19, do plano de melhoramentos aprovado em 07/04/1928, compreendida entre a Rotunda a norte da Avenida de António José de Almeida e Avenida Alferes Malheiro, Actual Avenida do Brasil.

Historial:
Topónimo atribuído a 27 de Dezembro de 1930, e presta homenagem à capital da Itália. A atribuição está inserida num contexto de Estado Novo, onde o nacionalismo era contrabalançado com uma ambicionada dimensão internacional. O cosmopolitismo formal, a ideia do mundo dentro de Lisboa, mais do que a modernidade das ideias e valores subjacente também a uma abertura para a Europa, está no âmago desta atribuição e de outras que se seguiram, nomeadamente, em 1948, Avenida de Madrid, Paris, Londres, entre outras.

lunedì 7 gennaio 2008

Exposição de Stefania Di Filippo no Instituto Português


Data di apertura giovedì 10 gennaio 2008

Data di chiusura domenica 27 gennaio 2008

Orari: martedì/domenica 11.00/20.00


A partire da giovedì 10 gennaio 2008 (fino al 27 gennaio) lo spazio espositivo del’Istituto Portoghese di S Antonio ospiterà la mostra personale di pittura di Stefania Di Filippo (Roma 1959) Indagini dal sottosuolo. Curata da Andrea Romoli Barberini, l’ampia esposizione documenta con circa 45 quadri di diverso formato il percorso della Di Filippo dalle indagini permeate da un raffinato esotismo fino alle più recenti sperimentazioni paesaggistiche attraverso cui la sfera interiore assume forma visibile.



MAIS sobre Stefania Di Filippo


Bom Ano Novo com Drummond de Andrade


Via dei Portoghesi deseja a todos os seus leitores um excelente ano de 2008, no qual todos os sonhos e projectos se tornem realidades felizes.


Neste início de novo ano um brinde: "Ao progresso da civilização!"


E para começar bem o ano, nada menos que as palavras do grande poeta brasileiro Carlos Drummond de Andrade, um dos expoentes máximos da literatura de expressão portuguesa do século XX.


Quem teve a ideia de cortar o tempo em fatias,

a que se deu o nome de ano,

foi um indivíduo genial.

Industrializou a esperança

fazendo-a funcionar no limite da exaustão.

Doze meses dão para qualquer ser humano

se cansar e entregar os pontos.

Aí entra o milagre da renovação e tudo começa outra vez

com outro número e outra vontade de acreditar

que daqui para adiante vai ser diferente...



MAIS sobre Carlos Drummond de Andrade:



Lisboa romana




























































































































Não só em Roma há uma Via dei Portoghesi e tantas outras marcas da presença portuguesa ao longo dos séculos.
Em Lisboa temos também uma "Avenida de Roma", estrada ampla e luminosa, e importante centro comercial da capital portuguesa.

Aqui ficam algumas imagens da avenida e de alguns estabelecimentos comerciais e de utilidade pública com "Roma" na sua designação: a estação de metropolitano e de comboio, um edifício, um hotel, um parque de estacionamento, dois quiosques e dois centros comerciais, uma florista, uma óptica, uma loja de desporto, uma marisqueira e uma frutaria...